La via della Cedevolezza

柔道
ju-do la via della cedevolezza


PREMESSA

Ho smesso di praticare sport ad un livello diciamo “quasi agonistico”, molti anni fa. A differenza di altri coetanei che prediligevano gli sport di squadra, all’età di quasi 11 anni scelsi di praticare il Judo.

Se devo essere sincero, la scelta fu dettata anche dalla necessità di raddrizzare e rinforzare la struttura muscolo scheletrica, visti i primi accenni di scoliosi e dal fatto che in famiglia era uno sport già praticato da mio fratello.

Comunque sia, casuale o meno, la scelta che feci non l’ho mai rimpianta, anzi se devo essere sincero mi manca tantissimo.

Non ho mai ritenuto il Judo un semplice sport, ed anche se non posso vantare di aver raggiunto livelli alti, credo di aver percepito la sostanza di questa nobile arte. Quest’ultima definizione non è perfettamente adatta ad identificare il Judo, perché esso nella realtà è uno stile di vita, uno strumento che educa il corpo e la mente dell’individuo.

Ti accorgi di questo quando dopo anni che non pratichi più il Judo certe abitudini ti rimangono, come ti rimangono determinati valori che oggi nella società stanno sempre più scomparendo.

Il primo periodo in cui si pratica il Judo può apparire noioso, perché interamente dedicato alle cadute.  Bisogna saper cadere senza farsi male, come bisogna imparare a far cadere il compagno di allenamento o in gara l’avversario, senza fargli del male. Questa prima parte è essenziale per essere un bravo Judoka e già da qui si può vedere chi veramente è portato per praticare questa attività.

Serve pazienza, rispetto per gli altri e soprattutto rispetto per il maestro, cioè colui che ha il grande privilegio di trasmettere agli allievi il suo sapere tecnico ed insieme ad esso molti altri valori, utili nella vita normale al di fuori del “dojo”.

Il nome dojo nell’etimologia delle lingue orientali, sta per luogo (jo) dove si segue la via (do) ed è di fatto il posto dove i Judoka si allenano.


IL MAESTRO

In ogni dojo si trova sempre la foto di Jigoro Kano (1860-1938) il fondatore del Judo, che era anche un valido insegnante nonché educatore e pedagogo.

Per comprendere le idee di Jigoro Kano, bisognerebbe studiare la sua vita ed il contesto storico del Giappone nell’epoca Meiji, ma qualche sua frase, può darci la percezione della saggezza di quest’uomo, che ha dedicato parte della sua vita “per promuovere una via per diventare migliori”. Cito di seguito qualcuna di queste:

    • “La flessibilità può neutralizzare la forza bruta che fa di questa disciplina non solo una semplice arte marziale o uno sport ma una vera e propria filosofia di vita.”
    • “In molti casi i successi e i fallimenti sono determinati dall’aver compiuto o no lo sforzo necessario al momento giusto. Fino a quando sono convinti di aver utilizzato con la massima efficacia la propria energia mentale e fisica, gli uomini non perdono la speranza né soffrono di ansie inopportune”.
    • “La via inizia con il dare e prosegue
 nello stare insieme per crescere e progredire”.
    • “Noi e gli altri insieme per progredire. La collaborazione che si instaura fra l’allievo e l’Insegnante e tra i praticanti (Tori e Uke) durante lo studio delle tecniche, va in una direzione che attraverso il reciproco aiuto ed il mutuo rispetto, porta al miglioramento delle capacità di relazioni personali, sociali e morali; questo concetto, se assimilato interiormente, può venire applicato anche nell’ambito della società in cui viviamo, migliorandola”.
    • “I tre livelli del judo. La difesa contro l’attacco e l’educazione fisica. Addestramento della mente, controllare le emozioni e sviluppare intelligenza e coraggio. Raggiungere il livello superiore nel judo significa fare l’uso migliore dell’energia mentale e fisica acquisita ai livelli inferiori per contribuire al bene della società”.
    • “Il miglior uso dell’energia. Nei movimenti del Judo la ricerca della fluidità della tecnica non è un mero esercizio di abilità ginnica, ma una vera presa di coscienza della propria forza e di come utilizzarla al meglio per ottenere il massimo risultato con il minor spreco di energia; questo comporta quindi anche l’acquisizione di una sensibilità che permette di affrontare con più serenità le prove della vita, avendo sempre una riserva di energia da cui attingere”.

Come si può intuire da queste parole, l’intento del Maestro non era semplicemente quello di studiare un nuovo stile di combattimento, ma quello di indicare una via per migliorare la società, passando per un benessere fisico ed intellettivo.

Secondo la sua idea “questo insegnamento poteva essere applicato a qualsiasi circostanza in ogni momento della vita ed il beneficio psicofisico derivato dal Judo, doveva essere portato a conoscenza di tutti e non solo di una cerchia ristretta di praticanti” (tratto dal libro I Fondamenti del Judo, raccolta di scritti di Jigoro Kano).

Il controllo del proprio corpo e della propria mente ed il raggiungimento di un obiettivo con il minimo sforzo, sono tra i fondamenti del Judo. Chi lo ha praticato, anche per poco tempo, lo ha sicuramente compreso, come ha anche compreso l’importanza del rispetto, parola questa sempre più fuori moda nel mondo dello sport.


IL RISPETTO

Come in molte altre arti marziali, nel Judo il saluto è fondamentale. Potrà sembrare una sciocchezza ma non è così, in un mondo in cui tutto ci è dovuto, fermarsi quel minuto per mettersi in ordine e con un semplice ma importante rito scambiarsi un saluto con il maestro o i maestri, è un giusto riconoscimento tra chi durante l’allenamento ha dato e chi ha ricevuto, perché per crescere e per imparare bisogna saper fare entrambe le cose.

Disposti frontalmente in ordine di grado, gli allievi ed il maestro (o i maestri) all’inizio ed alla fine della lezione si chinano leggermente, ed in questo reciproco gesto di ringraziamento c’è la prima lezione del Judo e cioè riconoscere e rispettare una gerarchia basata sul sapere e sull’esperienza, ed allo stesso tempo sentirsi riconoscere dal maestro di essere un suo allievo, perché il saluto è reciproco, ed il maestro ha l’onere e l’onore di preparare i suoi allievi.

Un’altra cosa che ritengo fondamentale nel judo, è il fatto che i due allievi che si allenano hanno entrambi un nome, con dei compiti e delle responsabilità, Tori ed Uke (la pronuncia in entrambi i casi è come se ci fosse l’accento finale).

Il primo è colui che esegue la tecnica, ed il secondo è colui che la subisce. Nessuno dei due è passivo, entrambi hanno un ruolo fondamentale, Tori studia la tecnica, la esegue e controlla la caduta di Uke. Il secondo invece deve consentire a Tori di provare la sua tecnica senza opporsi, ma senza rimanere passivo.

Credo di essere stato un bravo e diligente Uke e posso testimoniare che in questo ruolo si apprende davvero tanto.

Potrà sembra strano, ma in pratica entrambi gli atleti acquisiscono delle competenze imparando la tecnica e lo fanno insieme, a volte anche consigliandosi, un po’ come una sorta di “peer education”, chi meglio di un Uke può dire ad un Tori dove sta sbagliando? E viceversa, colui che esegue la tecnica, riesce a dimostrare la sua efficacia al compagno, soprattutto quando quest’ultimo viene proiettato in un’elegante e controllata caduta.

E’ errato infatti dire che Uke “subisce” la tecnica, perché posso garantire che essere proiettati in aria a seguito di una tecnica eseguita bene ti fa stare bene, ti senti parte attiva nello studio e soprattutto impari a controllare il tuo corpo in una caduta, che spesso è molto spettacolare.


L’AGONISMO

Purtroppo la vera essenza del Judo non ha raggiunto tutti e solamente i praticanti possono comprendere realmente quanto sto dicendo. La gran parte della gente ha infatti conosciuto il Judo dal punto di vista agonistico, tramite le Olimpiadi o tramite qualche competizione, che casualmente o meno, si è trovata ad assistere.

Ma il lato agonistico è sicuramente il modo meno adatto di conoscere gli insegnamenti del Judo, nell’agonismo il solo obiettivo è vincere, non importa se in maniera elegante o meno. Certo i bravissimi atleti cercano di fare del loro meglio, provano a tirare delle tecniche in maniera perfetta, ma l’ambizione della medaglia è ovviamente il primo obiettivo per loro, e non possono in quei momenti pensare ad insegnare il Judo agli spettatori.

E’ difficile durante le competizioni, vedere delle tecniche eseguite in maniera pulita e perfetta, non impossibile ma difficile. Gli atleti lottano molto per realizzare una presa comoda sul judogi dell’avversario ed una volta fatto, spesso si pongono in una posizione assolutamente e totalmente difensiva basata sulla forza. Come ho detto è comprensibile perché lo scopo è cercare di portare a casa il risultato, ma nel farlo si è giocoforza costretti ad uscire dalla teoria e dallo studio che spesso si fa in allenamento, dove i due avversari non combattono in posizioni di strenua difesa.

Perciò se ci si vuole avvicinare al Judo e conoscerne i benefici, non è sufficiente guardare qualche torneo ma bisogna praticarlo.

Ed è forse questo l’unico limite a cui Jigoro Kano non aveva pensato. Inserendo il Judo tra i programmi ministeriali scolastici del suo paese, è riuscito parzialmente in questo intento, ma nonostante i tanti bravissimi Maestri che lo hanno tramandato in occidente, non si è riusciti a raggiungere la capillare diffusione che il Maestro avrebbe desiderato.

Bisogna però ringraziare tutti quelli che ci hanno provato e stanno ancora tentando di farlo, perché comunque sia, il risultato nei praticanti è stato più che raggiunto, in quanto sono più che certo che il Judo ha lasciato il segno in tutti quelli che lo hanno praticato anche per breve tempo.


LA FISICA

Ma esattamente come si fa a raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo? Come si può ottimizzare l’azione fisica durante un combattimento?

La risposta a queste domande fondamentalmente non è così particolare o stravagante.

Il combattimento nel Judo si basa essenzialmente sulla conoscenza del corpo umano e della fisica. Si avete capito bene, la fisica che si studia a Scuola, anzi più esattamente le parti della fisica che si occupano dello studio delle forze e del movimento dei corpi, la statica e la cinematica.

Nel Judo ci sono essenzialmente due tipologie di combattimento;

    • quella in piedi dove lo scopo è proiettare l’avversario (cioè farlo cadere)
    • quella a terra, dove lo scopo è immobilizzarlo o renderlo innocuo con tecniche che lo costringono ad arrendersi (leve e strangolamenti).

Le prime vengono definite Nage Waza, tecniche di proiezione e si suddividono in 5 gruppi.

Le seconde vengono invece definite Katame Waza, tecniche di controllo e si suddividono in tecniche di immobilizzazione, di strangolamento e di leve articolari.

C’è un ulteriore gruppo di tecniche che sono quelle usate per colpire l’avversario con gli arti superiori ed inferiori, che sono definite Atemi Waza. Queste ultime non possono essere utilizzate nei normali combattimenti di Judo.

Le tecniche Nage Waza e Katame Waza sono entrambe importanti, ma oltre che essere più spettacolari, le prime danno maggiormente l’idea dell’importanza della fisica in questo tipo di combattimento.

Considerate di avere un avversario di fronte a voi, magari fisicamente più grande di voi, com’è possibile proiettarlo in aria usando il minimo sforzo? Per farlo dovremmo assistere ad una lezione di un maestro di Judo, però con un semplice esempio possiamo immaginare come ciò possa avvenire. Sfruttando concentrazione ed allenamento si dovrà ragionare secondo la regola della fisica che consente ad un corpo di rimanere stabile sul suo piano di appoggio.

Parliamo dell’equilibrio dei corpi e del baricentro, che è quel punto ideale dove agisce la nostra forza peso, e se la proiezione di quel punto ricade nella superficie di appoggio (che dipende dalla posizione dei nostri piedi) allora siamo stabili e non cadiamo, ma se questo si sposta, allora raggiungiamo una condizione instabile, ed a quel punto basta un soffio per cadere.

Possiamo immaginare il corpo umano come un cilindro, il baricentro corrisponde circa alla posizione del nostro ombelico, e per rimanere in una posizione di equilibrio, la sua proiezione verso il suolo, dovrà ricadere nell’area delimitata dai nostri piedi. E’ facile comprendere pertanto, che mantenendo le ginocchia leggermente piegate si abbassa il baricentro e si è maggiormente stabili, oppure allargando la posizione dei piedi si allarga la superficie di proiezione del baricentro ed aumenta la stabilità.


LA CEDEVOLEZZA

Tornando all’avversario più grande di noi, se noi studiamo la sua posizione, o il suo movimento, o addirittura cerchiamo di indurlo a fare dei movimenti a noi utili, possiamo trovare il momento giusto per sbilanciarlo ed inserire poi una forza o un’ostacolo in modo che possa cadere. La traduzione della parola Judo, è via della cedevolezza, ciò significa che non dobbiamo mai opporci alla forza dell’avversario, ma dobbiamo sfruttarla a nostro favore.

Se l’avversario si muove verso di noi, non non lo ostacoleremo, ma ci muoveremo con lui cercando magari il momento giusto per togliere il suo appoggio sul piede, o applicando la nostra forza nella stessa direzione della sua, accentuando perciò il suo movimento al fine di fargli perdere il controllo.

Se l’avversario spinge non dobbiamo spingere ma tirare e viceversa. Certo che se lo tiriamo verso di noi ci cadrà addosso, ma se contemporaneamente ci spostiamo di lato al momento giusto, creeremo di fronte a lui un vuoto e l’inerzia del suo movimento ci consentirà di proiettarlo, magari con l’aiuto un semplice ostacolo posto davanti al ginocchio della gamba che avanza per cercare di riprendere stabilità.

Hiza Guruma (ruota sul ginocchio)

Un’altra possibilità nella stessa situazione, è quella di spostarsi lateralmente a destra dell’avversario, e con la pianta del piede falciare quello dell’avversario che avanza, un attimo prima che tocchi terra, nel momento più vulnerabile, cioè quello in cui sta per trasferire il peso del suo corpo su quel piede.

De Ashi Barai (spazzata del piede che avanza)

Detto così sembra molto facile, ma in realtà non lo è, perché bisogna essere concentrati ed avere un buon controllo del proprio corpo, l’avversario ha le stesse nostre armi e potrebbe agire come noi.

Dobbiamo assumere delle posizioni sempre stabili in ogni movimento, per questo una delle prime regole durante un combattimento è quella di non saltellare mai, ma far scivolare i piedi sul suolo, mantenendo sempre una giusta distanza tra i due.

Quando vediamo i combattimenti di Judo in TV, sembra di vedere due persone che danzano o si muovono a caso. Non è così, c’è uno studio continuo dell’avversario, per cercare di comprendere i suoi punti deboli nei movimenti, ed approfittare magari di qualche errore.

A quel punto la tecnica di proiezione, agisce e qualche volta in maniera elegante, altre volte meno, fa volare Uke.

Nella figura la tecnica chiamata “Uchi Mata” (falciata alla coscia interna) la mia preferita, oltre a quella che mi riusciva meglio in combattimento.

Il sistema di classificazione delle tecniche di proiezione del Judo si chiama Go-kyo, dove le tecniche sono suddivise in 5 gruppi, ed è alla base della conoscenza di ogni judoka.

In genere si parte dal primo gruppo, per poi proseguire con gli altri man mano che si avanza nell’insegnamento.

Ci sono svariate tipologie di tecniche, quelle di gamba, di braccia, d’anca, di caricamento, ma anche quelle di sacrificio, cioè quelle tecniche in cui Tori sacrifica la sua posizione di equilibrio cadendo per poter proiettare Uke.

Il classico esempio è una delle tecniche che spesso abbiamo visto nei fim di azione.

La tecnica in questione si chiama Tomoe Nage (capovolta con piede all’addome o proiezione a cerchio).

In questa tecnica si può percepire tutta la “cedevolezza” di Tori, che ad un avanzamento di Uke, non solo non si oppone, ma cade in maniera controllata all’indietro mantenendo salda la presa sull’avversario, e facendolo ruotare sopra di se con l’aiuto della gamba. Se la tecnica è ben riuscita il risultato è uno spettacolare volo di Uke, che termina con una caduta sempre controllata da entrambi.


LE CADUTE

Come ho detto in premessa pur amando il Judo non sono stato un forte atleta, ma durante gli allenamenti ho subito tantissime tecniche di proiezione. Ricordo i primi allenamenti con atleti più grandi e più forti di me, che durante il “Randori” (una sorta di combattimento libero in allenamento) si dilettavano a sperimentare le più svariate tecniche di proiezione. O ricordo quella volta che un Maestro ha tenuto una lezione da noi e mi sono proposto come Uke, volando per il Tatami (tappeto dove si svolge l’allenamento) a destra ed a manca.

Posso garantirvi che in tutte queste occasioni, pur subendo una tecnica ho imparato moltissimo. Ho imparato a cadere bene, ho imparato ad aiutare Tori a mostrare come eseguire una tecnica e soprattutto ho compreso come la tecnica ha agito su di me riuscendo a sbilanciarmi e farmi cadere, cosa questa molto importante se ci si vuol difendere e provare ad effettuare il contrattacco.

Alla fine di questi voli (è quella la sensazione) si prova un senso di soddisfazione che è difficile da spiegare, ma ci si sente parte della lezione e fisicamente mi sono sempre sentito benissimo.

Come non è facile proiettare l’avversario, non è facile nemmeno cadere bene, per questo i primi mesi sono dedicati alle cadute. Si impara a cadere indietro, di lato, in avanti, in ogni direzione.

Si impara a non farsi male ed a non far male, si impara a controllare il proprio corpo ed a proteggere le parti più sensibili. Anche qui potrei sciorinare i tanti nomi delle cadute (i vari Ukemi scritti nell’immagine) ma credo sia inutile, questo articolo non vuole essere una lezione di Judo, cosa che tra le altre cose non mi permetterei di fare non essendo qualificato per farlo.

La mia vuol essere solo una testimonianza di ciò che il Judo è in grado di fare, ed oltre che imparare a raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo, il Judo è in grado anche di farti raggiungere un benessere psico-fisico notevole.


IL FISICO

La struttura fisica di un Judoka, è forse una delle più complete. Gli allenamenti iniziano con una fase di riscaldamento e dopo lo studio delle tecniche ed il combattimento, c’è la fase di potenziamento fisico e di stretching. Personalmente ricordo le diverse centinaia di addominali fatti ogni lezione, o i tanti piegamenti sulle braccia o esercizi per le gambe.

Ma nello stesso combattimento tutti i muscoli del corpo collaborano. Ricordo la lotta a terra, quando si cerca di immobilizzare l’avversario, in quelle occasioni ogni muscolo aveva una funzione, il corpo si plasmava come fosse acqua su quello dell’avversario, per cercare di immobilizzarlo.

Provate a scrivere “fisico di un judoka” su google, e verrete sommersi di immagini di atleti più o meno famosi che praticano il Judo, con fisici proporzionati ed asciutti.

Il judoka Pino Maddaloni oro alle olimpiadi di Sydney 2000.

E’ vero che nel settore agonistico gli atleti si allenano anche con attrezzi o in palestra, ma posso garantire che il solo allenamento sul Tatami è più che sufficiente per ottenere un fisico ben strutturato.


CONCLUSIONI

Per cercare di capire perché il Judo non è solo un tipo di combattimento ma uno stile di vita, proviamo ad applicare quello che ho scritto fino ad ora, in altri contesti.

Pensiamo ad esempio alla politica, cosa accadrebbe se ci fosse rispetto per l’avversario, o verso chi ricopre un ruolo istituzionale? Cosa accadrebbe se tra avversari si collaborasse per raggiungere un obiettivo comune? Cosa accadrebbe se lo scopo di ciò che si fa non è solo vincere o prevaricare qualcuno, ma trasmettere una conoscenza o un valore? Ed ancora cosa accadrebbe se riuscissimo a raggiungere gli obiettivi compiendo il minimo sforzo?

Lo stesso discorso lo si potrebbe applicare in ambito lavorativo, scolastico, o in qualsiasi momento della vita di ognuno di noi.

Fondamentalmente sono queste le abitudini che ti rimangono quando pratichi per 20 anni il Judo (il tempo che l’ho praticato io, tra agonismo e non). Era proprio questa la speranza di Jigoro Kano, e cioè che certe abitudini venissero “esportate” o quantomeno rimanessero anche fuori dal Dojo.

Il Maestro Kano era un pacifista, un pedagogo ed un educatore, la scelta di diffondere le sue idee tramite un nuovo modo di combattere, pur se può apparire una grande utopia, era ed è innovativa e geniale.

Purtroppo l’aspetto agonistico del Judo non ha aiutato molto, sarebbe bello oggi vedere un restyling delle regole agonistiche finalizzato a far emergere il vero insegnamento del Judo, e non solo la parte fisica. Non vuol essere una critica ai tanti atleti che compiono sacrifici immensi, per raggiungere risultati difficili e diciamola tutta, poco remunerativi, ma è una critica propositiva ad un sistema che deve avere qualche cambiamento se si vuole in qualche modo provare a dare seguito alle idee di chi ha fondato il Judo. Ho parlato delle regole agonistiche, perché se vogliamo incentivare ragazzi a perseguire questa strada, dobbiamo mostrare loro le cose belle della parte sportiva del Judo, e i combattimenti agonistici non sempre risultano “belli” da vedere.

Probabilmente sono proposte forse irrealizzabili, ma sarebbe bello rendere irregolare nei combattimenti una posizione eccessivamente difensiva (come quando sono completamente abbassati in avanti) cosa che viene già sanzionata, ma cosa accadrebbe se dopo due richiami l’atleta perdesse l’incontro? Insomma bisogna spingere gli atleti a combattere per quanto possibile con tecniche pulite e comprensibili a tutti, in modo che possa emergere la vera essenza del Judo. Un altro aspetto è quello del punteggio, troppo spesso viene assegnato l’Ippon (KO tecnico) con una tecnica sporca, anche qui bisognerebbe trovare delle soluzioni per valutare più correttamente l’esecuzione della tecnica. Insomma il restyling va fatto, secondo me è fuori discussione, ed andrebbe fatto considerando la speranza che il Maestro Jigoro Kano aveva di potersi rivolgere a tutti e non solo ai praticanti, solo in questo modo potremo avere come accaduto negli anni 70, le palestre piene di giovani che porteranno questa scuola di vita anche al di fuori dal dojo.

Prima di salutarci godiamoci ancora qualche immagine trovata in giro per la rete di qualche tecnica spettacolare e ben eseguita.

Grazie per l’attenzione.

Ura Nage (rovesciamento all’indietro)

Ippon Seoi Nage (proiezione di braccio sul dorso)

Uki Otoshi (caduta fluttuante)

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